mercoledì 19 luglio 2017

"Il Sogno del Conquistatore", 1a Parte


23 GE[1], Palazzo reale della Capitale del Regno di Bavarie, Ausghend[2]

Il vessillo sventolava sferzato dal vento. Era una giornata solare, ma le temperature a causa della stagione invernale rimanevano rigide.

Dall’alto del suo balcone, che svettava da uno dei torrioni del palazzo reale, riusciva a vedere la vivace città: palazzi a più piani, residenze nobiliari, giardini  e oasi verdi, immense strutture dal tetto rettangolare costruite appositamente per gli esercizi commerciali, le mura, i monumenti degli antichi re e dei capostipiti rendevano quella che aveva davanti l’unica e incomparabile Capitale del Regno di Bavarie. Tante erano le storie che la circondavano, i miti, le leggende, ma lui l’aveva sempre vissuta come qualcosa di molto più presente e tangibile. I Re del passato, suoi predecessori, l’avevano costruita, innalzata fino al punto a cui era arrivata; era necessario, ora, che si compisse l’ultimo passo, quello che l’avrebbe consacrata nei secoli dei secoli.

Abbassò leggermente lo sguardo e si concentrò sulla Vurdenstag[3]: il viavai di nobili e di persone era impressionante, tale da riempire quasi completamente la piazza al cui centro vi era la statua granitica di un uomo seduto su un trono in direzione della città, con di fronte un altare; anche il numero dei soldati non era esiguo e, a causa dei mantelli bianchi come il latte, erano facilmente visibili e individuabili. Sorrise lievemente al pensiero di Undrad, il Poldron della Guardia Reale, dare ordini a destra e a sinistra, senza un attimo di pace. Quell’uomo era instancabile, ma quel difetto era da molti riconosciuto come una delle tante qualità che gli avevano permesso di raggiungere il grado più ambito di tutto il regno.


“Sono anni che monta la guardia sulla Vurdenstag; eppure sembra che non voglia capire che la piazza fa da collegamento a quasi tutte le vie principali della capitale… Morirà giovane se continua ad affaticarsi in quel modo.”


La sua attenzione si spostò nuovamente, posandosi su uno dei tanti cortili all’interno della cinta muraria che proteggeva la corte. Gli alberi spogli, i prati verdeggianti, i millibus verdi e resistenti anche durante il rigido inverno, le stradine pavimentate, avevano accompagnato anni della sua ancora breve vita. Provava un immancabile senso di nostalgia a quella vista; il suo rector[4] era morto da due anni, tuttavia continuava a sentire una certa malinconia al suo pensiero, ai suoi insegnamenti sugli uomini e gli dei.

Evansburg si voltò, sospirando. Avrebbe onorato la sua memoria. Un giorno, presto, gli avrebbe dimostrato come quel sogno fosse realizzabile. Si avvicinò a un tavolino e si sedette, prendendo la piuma e concentrandosi per finire di scrivere la lettera alla sua veneranda e rispettabilissima zia. Al lato opposto di dove si era seduto, dietro due vasetti d’argilla, vi erano innumerevoli stracci di pergamene. Odiava fingere. Complimentarsi con chi semplicemente non aveva mai portato alcun giovamento al regno era quanto di più detestabile gli si potesse chiedere. Suo zio e sua zia continuavano a vivere come parassiti sulle spalle della loro famiglia e lui non riusciva a comprendere perché il suo onorabile padre permettesse un simile comportamento. Chi non si adoperava per il bene del regno era solo un peso. Ridicoli insetti da emarginare e schiacciare. Eppure… eppure suo padre chiudeva gli occhi. Forse la vecchiaia lo stava…


“No! Non posso pensare una cosa del genere.”


Non poteva e non voleva. D’altronde suo padre aveva condotto il regno verso una svolta epocale: da decenni un periodo stagnante e decadente aveva colpito Bavarie ed era sembrato che il tracollo fosse irreversibile. Fino al giorno in cui suo padre non aveva deciso di porre fine a quella situazione. La conquista di Darser[5]  non era che il simbolo, l’estremo emblema della trasformazione e del rinnovamento che tutto il regno continuava a respirare. Non riusciva nemmeno a concepire che suo padre stesse “risparmiando” suo fratello.

Un rumore alla porta lo fece tornare alla realtà. Attese che la voce si presentasse.


«Dragh[6], sono Ludgur. Mi è permesso entrare?» esclamò una voce profonda e potente.


«Entra.»


Le porte delle sue stanze si aprirono e un uomo dai capelli grigiastri, dalla folta barba e dall’aspetto attempato si presentò, muovendosi rapidamente e inginocchiandosi. Indossava un’armatura pesante e una spada dalle notevoli dimensioni al fianco destro.


«Dragh, Sua Maestà vi attende al Ruddegar[7]


«Ti ringrazio per essere venuto personalmente ad avvertirmi, Ludgur l’Embercar[8]» gli rispose, alzandosi e avvicinandosi a lui.


«Era da tempo che non eravate così formale, Giovane Re[9]. Siete nervoso?» ribatté l’anziano guerriero, sempre a capo chino e inginocchiato.


“… mi conosci davvero troppo bene, Gigne[10] Ludgur.”


«No. Semplice stanchezza. Presenziare al banchetto di ieri è stato fin troppo noio… » gli spiegò, venendo interrotto, tuttavia, da un borbottio forte e imperioso da parte di Ludgur.


«È meglio che vada. Non faccia attendere Sua Maestà.»


Evansburg sorrise, divertito, poi sussurrò nuovamente un ringraziamento a quel vecchio e fedelissimo suddito e uscì dalle sue stanze, sorvegliate da due guardie.

Mentre camminava tra gli austeri, ma poderosi, androni della reggia, lanciando qualche occhiata distratta alle sculture, all’esterno attraverso lunghe vetrate e a drappi di vario genere, colore e fattura, ponderò su quanto, ultimamente, la sicurezza in città e al palazzo fosse stata aumentata. Trovava sciocco e inutile preoccuparsi dei vaneggiamenti di un folle. Quell’idiota, l’Idiocrate[11] di Guldraos, da più di tre anni aveva cominciato, inspiegabilmente, a bofonchiare di come, presto o tardi, avrebbe fatto in modo di ammazzare tutti i rami dei Dragarsc[12]. Naturalmente, almeno secondo la sua opinione, non vi era nulla di cui preoccuparsi. Gli sciocchi spesso parlavano aprendo la bocca e proferendo le più assurde asserzioni; suo padre, tuttavia, non era stato dello stesso avviso. Guldraos era, da diverso tempo, diventata una spina nel fianco, che aveva giovato dei ripetuti e fallimentari assedi che avevano tentato. Le mura della città li avevano sempre respinti e il supporto, indiretto e sotto banco, della Druvan-roufren[13], formalmente neutrale nei confronti dei bavarieni, aveva permesso all’insulsa città di riprendersi e, persino, di potenziare il proprio esercito.


“Arriverà il giorno in cui le chiacchiere non lo salveranno più.”


Da anni suo padre stava tentando di allentare l’informale accordo che univa la lega a Guldraos, ma qualunque tentativo sembrava fallire. Forse avevano esagerato e avevano impaurito fin troppo i loro “vicini”. Non sarebbe stato facile uscire da quella situazione.


“In ogni caso, è eccessiva e spropositata la dimensione che ha raggiunto la guarnigione. Non dovremmo mostrarci così ingenui e timorosi da credere alle parole di un qualunque idiota.”


Svoltando all’ennesimo angolo, alzò lo sguardo e si trovò davanti alla ripida scalinata che conduceva al Ruddegar. Piccole colonnine adornavano i lati della gradinata e una folta guardia armata lo attendeva nei pressi delle modeste porte di quella famosa sala. Quando vi si parò davanti, quello che doveva essere il capo di quel manipolo di uomini, si inginocchiò e si rialzò senza proferir parola, per poi, infine, avvisare del suo arrivo con tre colpi di uno dei battenti.


«Il Dragh Evansburg è qui.»

[...]


E così si conclude la prima parte di questo racconto. L'episodio che viene mostrato, in realtà, rappresenta non tanto l'inizio di una nuova era, ma più semplicemente una dichiarazione di intenti.
Per quanto molti dei riferimenti geografici possano essere un po' nebulosi, prima o poi cercherò di creare una cartina del periodo pre-imperiale, ma per adesso considerateli come sfuggevoli riferimenti.
Spero di avervi incuriosito; la prossima settimana inserirò la seconda parte, quindi, abbiate solo un po' di pazienza.
Per qualunque domanda o confronto potete lasciare un commento sulla Pagina Facebook Gli Annali della Caduta oppure direttamente qui sul blog. 
A presto e stay tuned 😁😉.

[1] Graal Evansburg, “Prima di Evansburg”.

[2] “Patrona”.

[3] È un termine che nella lingua imperiale è scomparso; indica la piazza principale di una città.

[4] “Precettore”.

[5] Antica Città-Stato, situata vicino le Cime Tempestose. 

[6] “Principe”. In ambito religioso può anche significare “Disceso” e tale termine viene spesso accompagnato dalla formula: Dragh dru Vaurt, “Disceso dal Cielo”.

[7] “Sala degli Illustri”. Il termine è spesso usato per indicare o per riferirsi a personalità d’alto rango, ovvero i pochi che possono accedere e presenziare in tale sala.

[8] “Il Memorabile”.

[9] In quel periodo, a corte e in vari ambienti aristocratici, Evansburg veniva insignito di questo soprannome.

[10] “Vecchietto”. È un termine che Evansburg storpia leggermente in senso affettuoso.

[11] È l’autorità più importante di una città-stato situata tra le future Tern e Militem. Evansburg storpia il termine, dato che la lingua è in parte differente, che sarebbe Ediocratos.

[12] “Aquila”. Il termine, in realtà si rifà, più precisamente, a un rapace che vive sulle Cime Tempestose, la Vellmstrat.


[13] “Lega delle Cinque Città”.